sabato 17 febbraio 2018

La nostra Sanremo-Milano / 2017

L'ultima parte del gruppo a Pontecurone

Uno scatto secco, poco prima della curva che ci copriva l'arrivo della corsa. Da dietro le moto spunta l'arcobaleno di Peter Sagan e il pubblico si esalta. Sale con una potenza rara, nemmeno paragonabile alle azioni che avevo visto sul Poggio un anno prima. Qualcuno prova a rispondere, poco dietro, ma nella concitazione non riesco a vedere chi sia.
La nostra Milano-Sanremo inizia qui. Il mare è vicino, Milano lontana. Una signora mi racconta che viene qui da 17 anni, perché vuoi mettere vedere la corsa per strada o alla tv? Sulla curva in cui il Poggio spiana un po' c'è un camper che vidi anche un anno fa. Stessa identica posizione, stesso identico tricolore sul tetto e stesso gruppetto di persone a spiare dentro il finestrino. Nessuna scena morbosa, solo un piccolo schermo per vedere che è successo e che succederà. Due signori belgi sono venuti da Ostenda e tifano van Avermaet. Hanno una bandiera del loro Paese con la scritta Jupiler, una delle mie birre preferite.

mercoledì 14 febbraio 2018

Marco Pantani

Marco Pantani da solo verso Madonna di Campiglio - Giro d'Italia 1999

Il 14 Febbraio 2004 moriva Marco Pantani, il ciclista più carismatico dopo Fausto Coppi. Solo e dimenticato da tutti Pantani perse la vita, in circostanze mai del tutto chiarite, in un residence per coppiette sulla riviera Romagnola. Ma tutti sanno sin troppo bene che Pantani, il vero Pantani, si spense molto prima di quel giorno, e si fa risalire le sue disgrazie al 5 Giugno 1999 allorché fu allontanato dal Giro d’Italia, sino ad allora condotto da leader indiscusso. Su quei giorni si sono scritti libri e fiumi di pagine. Io che ero là, al seguito di quel Giro con la mia moto, ne so meno di tutti voi, ma di quei giorni voglio lasciare qui il mio personalissimo ricordo. 

Le malghe verso Madonna di Campiglio mi avevano aperto il cuore, perché nelle gambe avevo ancora il tremore di tutta la paura che mi ero preso ad attraversare la galleria sul lago giù in valle, verso Tione. Stretta e buia, a tratti lasciata scoperta nella roccia viva, con lugubri finestroni sul lago ed acqua che a momenti veniva giù a secchiate dalla volta, senza contare il rumore assordante dei ventilatori di estrazione. Un vero incubo che adesso svaniva alla vista del gruppo del Brenta, già illuminato dal tramonto. Io ne venivo dal Manghen, dove era passato il Giro, e Pantani aveva vinto la tappa a Pampeago. Madonna di Campiglio sarebbe stata interlocutoria, prima del tappone della leggenda con Gavia, Mortirolo e Santa Cristina, quasi a ripetere la leggendaria tappa del ’94 che lo aveva lanciato (Stelvio, Mortirolo e Santa Cristina). Pertanto Madonna di Campiglio era “di riposo” anche per me, avrei potuto fare le foto rilassato, senza lo stress di voler cogliere l’immagine che fa la storia. Non andò così.

Fuori stagione queste località sono tutte uguali. Piccoli paesi vuoti, con grandi alberghi vuoti. Ma io soldi proprio non ne avevo e montai la mia tenda su una piazzola di fianco alla statale, poco prima di entrare in paese. Piovve quella notte e piovve il mattino seguente. Poi spuntò uno splendido sole, proprio poco prima dell’arrivo della tappa. Mi recai a circa due chilometri da l’arrivo, dove la salita mi sembrava un po’ più dura, ed aspettai. Anche quel giorno Pantani, in maglia rosa, scattò ed io feci una bellissima fotografia che nelle tappe precedenti proprio non mi era riuscito di fare. Fu forse la tranquillità con cui avevo affrontato l’arrivo della corsa a garantirmi un buono scatto. Ricordo che feci un po’ di fatica a superare il traguardo, intasato com’era nel dopo gara, ma con la moto era più semplice, così passai. Mi feci tutta la Val di Sole e poi transitai sul Tonale, dove faceva un freddo cane. Quindi Aprica ed infine mi accampai, che faceva già buio, sul Santa Cristina. Non dormii quasi nulla, un po’ perché montai la tenda su un gruppo di radici di un frassino, un po’ per il chiasso dei tifosi, che mano a mano arrivavano e si accampavano. Canti e schiamazzi tutta la notte sinché al far dell’alba tutti ci addormentammo. Essa era argentea e gelida, come tutte le albe d’alta montagna. Nessuno di noi poteva immaginare, intenti come eravamo a vivere quel evento in prima persona, che quel giorno appena nato avrebbe cambiato la storia del ciclismo per sempre, ed avrebbe lasciato una cicatrice enorme sul Giro e su Pantani. A noi parve un’alba felice, perché la storia non bussa mai, non manda mai avvisi ai suoi testimoni. E tali ci preparavamo ad essere, ne l’alba del 5 Giugno 1999.

venerdì 9 febbraio 2018

Laurent Jalabert (d'un buon Francese abbiamo bisogno)

Laurent Jalabert in fuga solitaria sui Pirenei al Tour de France 2001

Il ciclismo Francese è stato per anni subalterno, nonostante una straordinaria tradizione che ha sempre voluto i ciclisti d’oltralpe come i veri condottieri del movimento. La mondializzazione del ciclismo ed il gigantismo del Tour hanno costretto i cugini a lustri di digiuno, sia nelle corse a tappe che nelle classiche. Ma anche negli anni più bui quel ciclismo ha saputo esprimere corridori meravigliosi, ed in testa metto proprio il protagonista di questo post: Jajà. 

Velocista da giovane, scalatore in maturità. Un po’ di tutto Jajà, così lo chiamavano e scrivevano con vernice sulle strade del Tour. Mai profondamente amato, perché tutto l’amore era per Virenque che sapeva vendersi, con la lingua di fuori, con le smorfie, con le battute sagaci che tanto piacciono allo stomaco. Profondamente rispettato perché un gran signore. Lo vidi un giorno a Rapallo nel dopo tappa del Giro ’99, indossava la maglia rosa ed aveva smarrito la strada dell’albergo. Si fermò presso due vigili urbani che non lo riconobbero immediatamente; sebbene vestito delle insegne del primato lo scambiarono per un appassionato. Seppe chiedere con modo, con gran discrezione e gentilezza. I vigili cominciarono a sospettare chi fosse davvero quel ciclista così educato, sinché organizzarono una vera e propria scorta solo per lui. Come si conviene ad una maglia rosa, seppur smarrita. Oggi non saprei dire in chi si è reincarnato il Jajà corridore, direi in Pinot per lo stile della persona, anche se mancano tanto le affermazioni. Laurent Jalabert seppe vincere una Vuelta, la Sanremo, il Lombardia, la Freccia, tante tappe e tante maglie, interrompendo di tanto in tanto il digiuno di vittorie del ciclismo Francese che solo oggi sembra rivitalizzarsi un po’.

venerdì 2 febbraio 2018

La luce del campo

Strade Bianche 2017 - Thibaut Pinot scala Santa Caterina
E’ stato presentato il percorso delle Strade Bianche che si svolgerà sabato 3 Marzo in provincia di Siena. Gli ingredienti classici non cambiano: una cinquantina di chilometri di sterrato Senese, e le difficili strade delle Crete che decidono la corsa tra San Martino in Grania e Monte Sante Marie. Potrebbe essere la prima per il campione Olimpico Van Avermaet oppure per il campione del Mondo Sagan, entrambi già due volte secondi ed entrambi rimasti fregati da quel dentello, apparentemente insignificante, che porta verso Il Campo: via di Santa Caterina. 

E’ curioso come la Parigi Roubaix, che si corre su grosse pietre di porfido per oltre cinquanta chilometri, finisca dentro ad un velodromo dalla superficie perfettamente liscia. L’erba è verde chiaro dentro l’anello di Roubaix, che sembra quasi di stare in un grande giardino. C’è la gente vestita bene, tutto è assolutamente perfetto e pulito, tranne i corridori, che arrivano coperti di polvere e talvolta di fango. Così le Strade Bianche, che si corrono su sterrati spesso ghiaiosi, dove talvolta affiorano sassi, se non rocce, si conclude nel salotto d’Italia, Il Campo di Siena. Invaso da appassionati consapevoli, e da turisti che invece si chiedono cosa sia tutto quel chiasso; Il Campo è talmente grande che se sei dalla parte opposta alla Torre del Mangia quasi non ti accorgi che ci sia l’arrivo d’una corsa, tanto stai con lo sguardo per aria a cercare di capire quanto è bella. La luce si diffonde sino all’ultimo raggio della sera illuminando il selciato color ocra; è l’aria di Marzo che sa di primavera. Poi ci sono i corridori, impolverati, talvolta infangati, che arrivano uno ad uno, e che prima di giungere lassù devono salire per un budello di via, in cui la folla si accalca per vederli soffrire, ultimo ostacolo posto dentro l’ultimo chilometro, quasi una beffa per coloro che non ne possono più di tutta quella fatica. E’ curioso come queste due corse che tanto si assomigliano, siano completamente diverse. Tanto che i corridori fuggono dalla prima ed amano la seconda. Roubaix è il carbone, Siena l’arte. Roubaix è la leggenda, Siena la novella. Roubaix è forse troppo lontana, ma Siena è a portata di mano, sebbene ben nascosta al centro dell’Italia. Troppo vicina per non essere là con loro, a vedere quanto possa essere duro guadagnarsi la luce de Il Campo.

venerdì 26 gennaio 2018

Gli occhi nel vento

L'ultima foto che ho scattato a Michele Scarponi, a Fermo

Vento in faccia, aria rigida e tagliente di un inverno di lavoro prolungato.
Oppure caldo, piacevole e avvolgente, come l'estate dei ricordi ritrovati in un album di vecchie foto.
Il clic del casco allacciato.
Il clac del pedale agganciato.
Una storia che si ripete, con i suoi ritmi, i suoi rituali, con la voglia di evadere dal proprio pane quotidiano.
La timida leggerezza della prima pedalata, quella che fa già intuire il tipo di giornata che sarà. Un po' come il piede giù dal letto o il meteo visto di fretta alla tv.
E poi via, con l'affanno della salita e il respiro della discesa, l'asfalto un materasso per quei sogni che crescono solo alla luce del sole. Un albero da frutto a bordo strada e la fontana che ricordavi esattamente in quel punto, dopo la curva che ti scopre il lago.
Ah che sarà che sarà che ti gira in testa, un ritornello per accompagnare i giri di pedale e dimenticare, consapevolmente, la strada che ancora manca per tornare a casa.
Un'esigenza, un piacere, una fatica, un lavoro.
Un rischio, una prova, una conquista.
Denti da stringere e da calare, strade da intuire e da raccontare, come quella volta al bar, di fronte all'ultimo cornetto alla marmellata, ad ascoltare Angelo parlare di Bobet.
Ci torneremo ancora o forse non ci torneremo più, ci arrabbieremo fin troppe volte per un podio mancato o per un sorpasso di troppo. Malediremo con affetto una strada un po' troppo all'insù, quella buca sbucata all'ultimo istante e quel vento, sempre lui, sempre contro. 
Ma non ci stancheremo mai di chiudere gli occhi per un attimo infinito e acchiappare, ovunque sia, la libertà.

mercoledì 24 gennaio 2018

La Tirreno è dell'Adriatico

La Tirreno Adriatico sul muro di Montelupone, era il Marzo del 2009
Il percorso della Tirreno Adriatico 2018 è tornato al disegno tradizionale, alleggerendo l'arrivo in salita e puntando sui finali esplosivi, quelli disegnati sulle colline Marchigiane, a ridosso del mar Adriatico.
Raccomando a tutti la lettura del post dell'amico Michele Mazzieri del blog Salite delle Marche che descrive per filo e per segno le tappe chiave della corsa di quest'anno. Qui il link


La corsa dei due mari nasce con un illusione, quella del nome, che vuol dare lo stesso peso alle due sponde. Allora mi sono chiesto dove, tra le valli del centro Italia, finisca il Tirreno e cominci l’Adriatico. Perché la nostra penisola è tutta un mare, così circondata ed esposta alle albe, ai tramonti alle bizze delle onde ed dei traffici. Nessuno è escluso da questa divisione, se non verso nord, fuori dalla penisola, lassù in pianura dove non si è ne del Tirreno ne dell’Adriatico. Ma nelle piccole valli del centro o si è dell’una, o dell’altra parte. Forse solo tra le valli Umbre, parallele ai due mari è difficile distinguere, anche se alla fine se sei di Perugia l’ombrellone ce l’hai su l’Adriatico, ma se sei di Orvieto vai da l’altra parte. E’ una questione di tradizioni familiari, di vie di comunicazione, di senso di appartenenza che viene scritto nel codice genetico di ciascuno di noi. Chi segue queste pagine sa di me e del mio nascere del Tirreno, per poi conoscere l’Adriatico, un po’ come questa corsa che nasce e da importanza al primo per poi svilupparsi e decidersi sull’altro. Allora vi dico che essa trova il suo significato una volta che ha valicato la dorsale, e che già si parla diverso, si mangia diverso e si respira diverso. La luce è diversa perché intrisa di quel umido che di là non si trova e la temperatura è diversa perché le brezze dei Balcani di qui si fanno sentire anche a Marzo. La Tirreno, come la chiamavamo noi ragazzi di ponente, altro non è che la corsa dell’Adriatico e le appartiene. Trova nelle colline Marchigiane, ancora inebetite da l’inverno, il suo salire ed il suo riscendere. E là dietro, quasi disegnati sulla cartapesta, i monti che separano ciò che sta da l’altra parte.

mercoledì 3 gennaio 2018

L'alba della maglia rosa

Doumulin traina Van Avermaet, Stybar e Wellens - Strade Bianche 2017


Ci siamo chiesti se fosse più notizia il debutto di Froome al Giro, o il ritorno di Doumulin. Tra i tanti pareri ci siamo dati una risposta diversa, che guarda più al percorso di avvicinamento alla sfida della maglia rosa, che alla caratura del pretendente.

L’anno scorso tra gli olivi Senesi non c’erano soltanto i draghi delle Classiche, ma pedalavano decisi verso il traguardo anche due uomini da Giro, che erano venuti in Toscana a preparare la corsa rosa sfidando gli Italiani sulle strade di casa. Doumulin e Pinot (ma poi anche Quintana e Thomas alla Tirreno) hanno capito che per vincere il Giro bisogna essere competitivi già ad inizio Marzo, alle Strade Bianche od al più tardi una settimana dopo, sulle coste Marchigiane. Non è solo una questione tecnica ma di affiatamento, di simbiosi tra corridore e territorio, tra atleta e pubblico, che si crea attraverso la sfida lanciata a viso aperto. Lo scorso anno, tra le crete, Pinot era in fuga e Doumulin pilotava l’inseguimento: entrambi erano lì per vincere, non certo come comparse. Tra poche settimane sapremo se Froome, annunciato al Giro, vorrà seguire questo esempio e calarsi nei panni dello sfidante nell’attesa Classica Toscana. Perché al Giro non ci saranno più soltanto gli Italiani, ma tanti corridori stranieri che sulle nostre strade sono ormai di casa.